Se il cibo si è preso più spazio di quello che vorresti, possiamo guardarlo insieme. Con calma.
I pensieri sul cibo ci sono quasi sempre: cosa mangerai, cosa hai mangiato, cosa faresti meglio a non mangiare.
Dopo aver mangiato arriva il senso di colpa, e con lui la lista di cose che rimedierai domani.
Ti controlli allo specchio più volte al giorno, cercando conferme che non arrivano mai.
Mangi di nascosto, quando non c'è nessuno, perché davanti agli altri sarebbe troppo da spiegare.
Salti pasti o riduci le porzioni, e quel vuoto ti dà una sensazione di ordine che nient'altro ti dà.
Quando sei stanco, teso o solo, il cibo è la cosa più veloce che hai per sentirti meglio.
I nomi servono a orientarsi, non a definirti. Molte persone si riconoscono in più di una descrizione, o in nessuna del tutto: va bene comunque.
Mangiare meno diventa il modo per sentire di avere una presa sulle cose. Il corpo si riduce, ma la paura resta, e con lei la fatica di fidarsi di sé.
Momenti in cui mangi molto più del previsto, seguiti dal bisogno di rimediare. È un ciclo che si autoalimenta: si può interrompere, un anello alla volta.
Abbuffate che arrivano all'improvviso e lasciano vergogna. Non sono un cedimento: sono un tentativo di calmare qualcosa che in quel momento non ha altre parole.
Mangiare per stanchezza, noia, tensione. Non è mancanza di volontà: è un'emozione che ha imparato una scorciatoia. Se ne possono trovare altre.
Pochi cibi ammessi, molti evitati per consistenza, odore o timore. Spesso comincia da bambini e rende ogni tavolata una piccola prova.
Il sintomo è la parte visibile. Il lavoro è capire cosa tiene in piedi, e costruire modi diversi per stare in quei momenti.
Nei primi incontri ci prendiamo il tempo di capire la tua storia e cosa il cibo sta tenendo insieme. Nessun diario da compilare, nessuna pesata in studio.
Quando il corpo ha bisogno di attenzioni mediche o nutrizionali, mi coordino con il medico di base, un nutrizionista o uno psichiatra. Sempre con il tuo consenso, e senza che debba essere tu a fare da tramite.
Ci sono periodi in cui si avanza e periodi in cui si tiene la posizione: fanno parte dello stesso percorso. Rivediamo insieme gli obiettivi, senza scadenze imposte da fuori.
Non serve avere una diagnosi per chiedere aiuto.
Se qualcosa nel tuo rapporto con il cibo ti pesa, è già un buon motivo per parlarne.
Un criterio semplice: quanto spazio si prende. Se pensieri, regole e paure legate al cibo condizionano la tua giornata, le tue relazioni o il tuo umore, ne vale la pena parlare — indipendentemente dal peso o dagli esami.
No. I cambiamenti che arrivano prima di essere pronti durano poco. Prima capiamo a cosa serve quello che stai facendo, poi costruiamo alternative che regga anche nei giorni difficili.
A volte sì. Quando la salute fisica è coinvolta, il lavoro psicologico da solo non basta: te lo dico chiaramente e, se vuoi, ti indirizzo a professionisti con cui collaboro.
Sì. Molti percorsi iniziano da un genitore preoccupato. Possiamo vederci prima io e te, per capire cosa sta accadendo e come proporre l'incontro senza trasformarlo in un obbligo.
Sì, e quello che hai già fatto è un'informazione preziosa: dove ti sei sentito capito, dove no, cosa ti ha fatto smettere. Da lì possiamo impostare qualcosa di diverso.
Primo passo
Scrivimi cosa ti sta succedendo, anche in poche righe. Ti rispondo io e troviamo il momento per un primo colloquio, a Mantova o online.
Se stai vivendo un'emergenza medica, contatta il 112 o il pronto soccorso più vicino.